Luminaria di Giacomo Bonagiuso conquista il pubblico. La recensione di Beatrice Cunsolo

Dobbiamo andare insieme ad una coppia di amici, ma un acquazzone improvviso poco prima dello spettacolo sembra aver spento il desiderio di assistere all’evento. Eppure qualcosa mi dice di non mollare e di andare comunque, magari per sostenere con la nostra presenza la compagnia teatrale.
Arrivati sul posto, la sorpresa è grande nel vedere tante persone che hanno già preso posto sulle gradinate di paglia di questo piccolo teatro aperto al cielo già rischiarato dalle nuvole.
Dopo una breve attesa un lieve profumo di borotalco misto a terra e paglia bagnata pervade le nostre narici, mentre personaggi smarriti e spettrali emergono dalla scena con incedere incerto, a tratti sconnesso, e Luminarìa, una drammaturgia in lingua madre scritta dal Maestro Giacomo Bonagiuso reinterpretando i testi dell’Antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters, prende vita davanti ai nostri occhi.
Gli attori sono epitaffi viventi che parlano con ironia e ci rivelano prepotentemente quelle verità che avevano nascosto per troppo tempo.
Le storie dei vari personaggi si intrecciano, si dipanano con un incedere che diventa sempre più incalzante e frenetico, a tratti grottesco. Scrutano desiderosi, trattenuti da un’immaginaria cancellata, la vita reale astabbanna, dove nessuno può vederli, nessuno può più sentirli.
Straordinaria è l’abilità del regista Bonagiuso nell’uso della musicalità delle parole, capaci di costituire armonia. Il ritmo delle espressioni della lingua siciliana arcaica diventa nenia incalzante e melodia ancestrale i cui suoni riecheggiano nella nostra memoria.
Ogni personaggio si racconta e rivela la sua storia, la sua essenza. La sofferenza logora i morti di addabbanna, i pensieri ricorrenti sono colmi di rimpianti per una vita spezzata dalle ingiustizie, dai malintesi, dalle beghe giornaliere, dalla malizia, dalla violenza o per una vita non vissuta appieno per dichiarata apatia. Ognuno è consumato da un tarlo che si è insinuato silenziosamente e che adesso urla disperatamente senza sosta per una vita recisa definitivamente.
La sofferenza è tale che alcuni personaggi, le cui storie si intrecciano inconsapevolmente, si accusano, si detestano, si tengono e si trattengono si abbracciano o si assalgono ferocemente, senza decenza. Altri sembrano provare pietà, testimoni silenziosi di un dramma interiore; tentano di confortare l’altro toccandosi, tenendosi stretti alla ricerca di quel calore umano che è solo un ricordo lontano.
Senza più freni inibitori ogni personaggio racconta la propria esistenza, attaccato morbosamente ad un particolare, come la puntina di un disco che, ferma sullo stesso punto, aspetta solo che qualcuno ponga fine a quel sussulto insopportabile.
Le liberatorie confessioni pronunciate dagli abitanti di addabbanna sono collegate tra loro dallo stesso dramma collettivo di un’esistenza grottesca, disperata e inconsolabile che dalle viscere della terra bagnata ci trascina tutti in un’esperienza che ci cattura, ci travolge in infinite riflessioni.
Il racconto di una giovane donna e dei suoi sogni d’amore spezzati dalla violenza brutale diventano urla strazianti.
Il desiderio di rivivere ancora un istante porta un personaggio a valicare ripetutamente il confine della cancellata, il confine tra noi e loro, tra realtà e finzione, una brama incontenibile che toglie il respiro. Jean-Pierre Vernant definisce questo confine come “la sfera propria della tragedia che si colloca in una zona di confine, ove gli atti umani […] rivelano il loro vero senso”.
Addabbana tutto si amplifica e i sogni e le intenzioni appassiscono, avvizziscono inesorabilmente. Tutto si deforma e ci avvolge come il meraviglioso e sensuale corpo di un personaggio femminile che ci cattura ipnotizzandoci nel suo racconto, stretto in un corpetto bianco, adorna di fiori vistosi e dai merletti consunti, un tempo candidi e splendenti e che adesso hanno perso persino l’originaria funzione di definire lo status sociale, perché la morte accomuna nell’inevitabile destino ricchi e poveri, miseri e potenti, giovani ed anziani.
Lo spettatore resta attonito di fronte all’immaginaria distanza e all’impermeabilità tra le due realtà. Una visione cinica e scanzonata della poesia della vita vista dal lato della morte che diventa, bramoso desiderio di ritornare, metafora della condizione umana.
Era da tanto tempo che non provavo un tale coinvolgimento in una rappresentazione teatrale.
Il teatro mi ha sempre affascinato, prima come giovane studentessa alle prese con le prime compagnie e in seguito come spettatrice. Ma quel meraviglioso stupore che provavo ogni volta che assistevo ad una rappresentazione con il tempo si era affievolito.
La bravura degli attori in Luminarìe è stata tale da farmi rivivere nuovamente quelle originarie emozioni tanto da commuovermi e rapirmi in ogni singolo istante.
Ogni personaggio è stato narrato in maniera così profonda e viscerale in un andamento dove corpi, voci e gesti trasudavano emozioni autentiche.
Luminarìa è un’esperienza che investe il linguaggio, la mente e il corpo, in una visione antropologica della pratica artistica e del fondamentale ruolo sociale del teatro che indaga sulla condizione umana, squarciando e sanando allo stesso tempo la nostra interiorità, in cui ogni spettatore può rispecchiarsi e conoscersi.
Ma l’angoscia ed il disagio suscitato in noi ad ogni racconto porta infine alla catarsi aristotelica per esprimere il peculiare effetto che il dramma greco aveva sui suoi spettatori.
Nella cultura greca arcaica legata alla sfera demetriaca e ctonia, l’idea di una buona morte rendeva più serena e produttiva la vita. Oggi siamo freneticamente attaccati alla vita tanto da non accorgerci che quando le Parche tagliano il filo nulla è più rimediabile. Forse basterebbe affrontare diversamente la nostra esistenza per non avere dubbi per ogni scelta fatta, provare l’intentato per non avere rimpianti per non averci provato.
E’ sorprendente venire a sapere alla fine che i 18 attori sono in parte non-attori, non professionisti, molti dei quali provengono dall’esperienza del laboratorio drammaturgico diretto dal Maestro Bonagiuso.
Solo un grande Maestro può riconoscere il vero talento e portarlo a livelli inimmaginabili.
Un plauso al Maestro Bonagiuso e ad ogni singolo attore o non-attore per il livello, la preparazione e il lavoro straordinario, sicuramente estenuante, profuso nella cura di ogni dettaglio.
Luminarìa resterà come pietra miliare del grande teatro siciliano.

prof.ssa Beatrice Cunsolo