Coronavirus. La paura di pensarci

Il coronavirus insieme, alla crisi economica, al terrorismo, ai terremoti, al cancro, alla povertà, mette paura alla gente e la paura, come ci insegna la storia a proposito di regimi totalitari, uccide la libertà.
Questa paura come abbiamo visto dalle file supermercati, dalle persone che portano le mascherine, dalle città affogate in disinfettanti, dalla sospensione dei collegamenti, non è solo in grado di condizionare le nostre esistenze ma arriva a condizionare le attività di interi paesi e a bloccare intere economie. La paura sul piano individuale spinge a minimizzare i rischi, a non viaggiare, a non uscire, di casa, in breve, spinge il cittadino a non fidarsi della normalità e ad accettare sempre più di vivere in un regime di precauzioni, di controlli, di limitazioni pur di sentirsi “al sicuro”. Quando non c’è una epidemia, nella normalità, le nostre vite sono talmente protette che i pericoli ai quali pensiamo, alla fine sono soltanto potenziali, ma in una epidemia questi pericoli diventano reali.  La paura normalmente, come ha detto qualcuno, è un sottoprodotto del benessere e ha un potere tale che può addirittura “affascinare”, ma quando c’è una epidemia la paura che limita fortemente la libertà perde qualsiasi fascino. La “paura fa paura” e l’unico modo è di pensare alla paura senza pensarci. Ma questo vale nella normalità quando c’è una epidemia ci si pensa eccome.

Salvatore Giacalone