I laureati meridionali che, nell’ultimo ventennio, hanno percorso gran parte dello “Stivale”, nella speranza di trovare lavoro, non sono più ritornati. Dal Sud al Nord, dunque, senza ripensamenti e senza ritorno: un biglietto di sola andata sembra fare da preludio alla tanto temuta, quanto reale, migrazione intellettuale del Mezzogiorno italiano. Dimenticate pure i lunghi ed estenuanti viaggi intrapresi dai nostri nonni sul finire degli anni ’50 e ’60 quando, stringendo tra le mani una valigia di cartone con una manciata di sogni, portavano manovalanza nelle fabbriche dell’Italia settentrionale. Questa, ormai, è storia passata. Nel XXI secolo, i giovani migranti in cerca di fortuna hanno finito per mutare le loro caratteristiche: nella maggior parte dei casi, infatti, si tratta di neolaureati tenaci che, nel tentativo di mettere a frutto quanto studiato, sono costretti a salire sul primo treno che li conduca al di là dei confini meridionali. Basta guardarsi intorno: qualunque giovane, oggi, nato e cresciuto al Sud, e che abbia un’età compresa tra i 24 e i 35 anni, una laurea in tasca e tanta speranza di farne buon uso, potrebbe essere un potenziale migrante intellettuale. Via le valigie di cartone, dunque, via le coppole sformate e i lunghi cappotti di flanella: a restare immutata è solo la destinazione. Da Roma in su, e in fuga: ai laureati meridionali non resta che sperare di poter ricominciare da zero, o almeno da tre, come si augurava pionieristicamente l’intramontabile Massimo Troisi nell’omonimo film. Quand’è che alle valigie di cartone si è sostituito un cumulo di lauree e di laureati vaganti che cercano di varcare la soglia dell’ormai utopistico mondo del lavoro? A spiegarcelo è la “Rivista economica del Mezzogiorno” diretta da Riccardo Padovani ed edita dalla Svimez, che ci ha offerto una panoramica esaustiva circa l’esodo dei laureati, mettendoci di fronte ad un quadro generale agghiacciante circa le cause, gli effetti e le perdite che il Sud sta subendo in questi anni di migrazione intellettuale. Esempio: a Mazara mancano oltre 2000 giovani, sparsi tra il Nord Italia ed Europa, sono laureati o universitari. La loro vita si svilupperà lontano dalla loro città. Perché dovrebbero ritornare a Mazara dove non c’è lavoro nemmeno per i diplomati o i disoccupati di mano d’opera? È sempre difficile, partire. È sempre difficile lasciare un luogo: partenza è una parola che non associo tanto al muoversi verso una meta, quanto all’allontanarsi da un posto in cui già ci troviamo. Quando poi in quel posto si è passata una vita, la partenza suona quasi come un addio stanco tra persone che hanno condiviso tanto ma che in fondo, forse, non hanno più niente da dirsi necessariamente abbandonati. Oggi, con una laurea in tasca e la disoccupazione che avanza, non ricominciamo da zero, purtroppo, e neppure da tre: uno studente medio nato e cresciuto al Sud, è destinato a ricominciare da molto, molto più indietro. Probabilmente, ormai, almeno da meno tre. Rimane la speranza che è l’ultima a morire.
Salvatore Giacalone
11 dicembre 2024



