Il ristorante sul lungomare odorava di mare, anche di sera. Il vento risaliva lento dal porto e s’infilava tra i tavolini, mescolando salsedine e profumi di cucina appena servita. Le luci erano calde, un po’ stanche, come se avessero già ascoltato troppe conversazioni. Eppure, quella sera, accadde qualcosa di quasi invisibile: il tempo fece un passo di lato e lasciò entrare epoche diverse nello stesso spazio.
Tommaso Maria Sciacca arrivò per primo. Aveva il passo di chi non attraversa mai un luogo senza prima leggerlo. Prima di sedersi, sfiorò il muro scrostato seguendo con le dita una crepa sottile. «Qui c’è già una storia», disse piano, come parlasse alla parete. Per lui, Mazara era un archivio vivo, fatto di stratificazioni che l’arte può solo far emergere, mai coprire.
Pietro Consagra entrò poco dopo, con andatura decisa. Lo sguardo frontale e diretto non lasciava dubbi. «L’arte non deve girare attorno alla città», disse con tono polemico, «deve starle davanti. Guardarla negli occhi». Per lui, lo spazio non è mai neutro: è un luogo di confronto, una responsabilità condivisa.
Giuseppe Boscarino sorrise mentre versava il vino. Cercava le ombre, le pieghe meno evidenti della scena. «Mazara non è mai stata frontale», disse. «È una città che si capisce di lato, camminando senza meta». Per lui, la città si coglie solo col tempo lento, quello necessario a riconoscere un colore che ritorna o un’ombra che insiste.
Vito Gallo arrivò in silenzio, osservando prima il mare, poi il muro alle sue spalle. «Mazara non si dipinge», disse, «si modella». Parlava di mani, materia e tempo che lascia tracce. La città era per lui una superficie viva, segnata, da accompagnare senza forzarla.
ASNA (Sabina Giubilato) entrò con colori negli occhi, portando con sé la luce della città. Parlava poco, ma togliendo il superfluo: «A volte basta un niente». La sua Mazara era essenziale, luminosa e fragile, fatta di emozioni e figure che affiorano senza rumore.
Santo Vassallo camminò con passo misurato e silenzio denso, osservando più che parlare. «L’arte», disse, «non è solo ciò che si mostra, ma ciò che si lascia respirare tra le pieghe delle cose». La sua Mazara era fatta di tensioni sottili e di un tempo sospeso, pronto a essere colto.
Enzo Santostefano ruppe il silenzio con una risata breve. «E intanto il cous cous arriva», annunciò. «L’arte va bene, ma deve restare umana. Deve sporcarsi le mani di simmula». Le sue opere, come la città, erano un laboratorio aperto, esposto, attraversabile.
Accanto a lui sedeva Rosa Ferreri. Ascoltava silenziosa, poi disse: «La città vive anche in ciò che sembra minore: negli interni, nelle soglie, nei corpi che l’attraversano». La sua arte raccoglieva presenze intime, memorie domestiche e tracce leggere, portandole alla luce senza alzare la voce. Il suo silenzio era già una forma.
Salvino Catania osservava il piatto di cous cous di mare al gambero rosso di Mazara come fosse una composizione, studiando pieni e vuoti. «Ogni città ideale», disse con un sorriso tra il serio e l’istrionico, «nasce dall’equilibrio tra memoria e invenzione». Mazara, ai suoi occhi, era un sistema complesso, un’opera aperta. «Incompiuta», aggiunse, «e proprio per questo viva».
Disma Tumminello, rimasto in ascolto, alzò il bicchiere con semplicità. «La mia città ideale», disse, «è quella che non ha paura di raccontarsi. Nemmeno quando è fragile». In Mazara riconosceva una materia viva, fatta di contraddizioni che l’arte non deve nascondere, ma attraversare.
Il vino sciolse le epoche. Le generazioni si confusero come colori sulla stessa tavolozza. Parlarono del centro storico, dove le strade si stringono e le lingue si sfiorano; delle piazze aperte e irregolari; dei cortili che custodiscono segni e silenzi; delle chiese che sembrano attendere qualcuno; del Mediterraneo che entra nella città senza chiedere permesso, facendo di Mazara una soglia continua tra culture.
Consagra vedeva presenze che dialogano. Sciacca inseguiva tracce che resistono. Boscarino difendeva l’ombra e la lentezza. Santostefano, la strada e la gente. Ferreri, le soglie invisibili. Gallo, la materia che trattiene il tempo. ASNA, l’emozione ridotta all’essenziale. Vassallo, la tensione silenziosa che trattiene il respiro. Catania, l’armonia possibile. Tumminello, la verità necessaria.
Poi, a un certo punto, nessuno parlò più. Restavano il rumore delle posate e, fuori, il mare. Forse la città ideale era lì, in quel silenzio condiviso, capace di tenere insieme differenze senza cancellarne nessuna.
Dopo il vino e il cous cous, uscirono senza fretta. La luce dei lampioni tremolava sui ciottoli bagnati dal vento, e ogni passo sembrava disegnare mappe invisibili tra le case. Il mare, appena dietro l’orizzonte, continuava a respirare nella città come un cuore che non dorme mai.
Il gruppo si ritrovò in una piazzetta irregolare, dove la pietra del selciato mostrava mille tonalità, come se il tempo stesso avesse mescolato la sua tavolozza. Nessuno parlava, eppure ogni presenza si percepiva, ogni passo era un accordo invisibile. Il vento portava il profumo del mare, il suono lontano dei motori dei pescherecci e un’eco di lingue che non appartenevano tutte alla Sicilia.
All’improvviso, la città sembrò aprirsi insieme a loro. Le pietre dei vicoli brillavano di luce interna, i cortili si spalancavano come pagine di un libro mai letto, e le epoche si mescolavano in un respiro unico. Mazara non era più solo un luogo da osservare: era esperienza condivisa, memoria viva, cerniera tra passato, presente e futuro.
Quando i primi raggi dell’alba sfiorarono il mare, gli artisti si salutarono. La città li aveva trasformati: ogni crepa, ogni luce, ogni odore di salsedine portava con sé una storia nuova. Nessuno avrebbe dimenticato che, per una notte, Mazara aveva aperto le porte del tempo, accogliendoli tutti nello stesso spazio.
Giacomo Cuttone




