Ripensando alle cose che attraversano la vita di ciascuno, capita che un quid, una figura che sosta nella memoria si impone e non lascia la presa. È come se ti dicesse non dimenticatemi: date ancora voce al mio nome. Lasciando l’allusione, nel caso, è il nome della poetessa mazarese Irene Marusso che, come un eco e un suono di primavera araba ci spinge al ricordo. Di solito sono i centenari o appositi convegni o seminari che fanno da richiamo. Per chi scrive è invece il ricordo sempre vivo dell’affetto, della stima e del comune interesse per la poesia (che ci legava). Una passione che si animava e ci animava a casa sua durante gli incontri annuali che, non dimentica di mangereccio e bevande, organizzava intorno alle letture poetiche e alle discussioni che ne venivano fuori. Per tutti quell’appuntamento (animato dall’indimenticabile Giuseppina Linares Villani, la pianista), era sempre il tramite di nuove conoscenze e un’occasione per immergersi in uno spazio di fughe e ritorni alla realtà. La sua attenzione non mancava mai di pensare alla possibilità di interessare i giovani sin dai primi anni, gli anni in cui la fantasia vola e guizza come il canto magico del fringuello “Scenopoïetes”. Dalle sue scritture poetiche, come l’opera “Metensomàtosis” (cui ho dedicato qualche nota- La “Metensomàtosis” di Irene Marusso. Mito e logica, in La Procellaria – Rassegna di varia cultura –, XLI, n. 2, Aprile-Giugno 1992, pp. 89-90), qui piace ricordare, come è già nel campo semantico della stessa parola (il contrario di metempsicosi), che l’anima del poeta si rigenera costantemente (senza gerarchia di anni): simultaneità del transito nell’avanzare delle fasi esistenziali. Nel caso di Irene – si scriveva da parte nostra– «la singolarità è quella di avere la capacità di essere vecchia e giovane simultaneamente». A casa di Irene si viveva una potenza pulsionale indimenticabile. Nell’agosto del 1996 ne è venuto fuori il testo (nostro) di poesia a lei dedicato: “A casa di Irene” (Cfr. Kairós Desdichado, Promopress, Palermo, 1998):
…c’è un sentiero per la casa d’Irene // per te che piangi l’assenza non guerriero / vai dove Irene ti segna con i suoni delle mani // ire sono i suoi passi sulle ombre delle soglie / dove il cielo sbocca laghi ondose radure / e l’iride si beve e si ride senza ferite / l’in-finita danza ai bordi dell’antimateria // senti-ero sulle nuvole, ala d’emigrante / a casa d’Irene navighi di niente / la parola si ritira nel silenzio, spia d’eventi / obliqui venti questo sole nero / quasi solonero nel transito del mare // a casa d’Irene non c’è il nero // sull’erba la fanciulla si piega con l’arabo / dove lo splendore scorre verso il dono dell’attesa // a casa d’Irene c’è sempre un sentiero / e straniero istante per istante non puoi sostare / se non sui nodi del mare, sul senti-ero… / sempre un sacco di luce sulle spalle
Ci piace però (qui) ricordare con più intensità di senso l’incontro che Irene ha avuto con gli alunni della Scuola Media “Giuseppe Grassa” (oggi Istituto Comprensivo) di Mazara del Vallo (scuola di cui sono stato Preside e che, come tale, ho caldeggiato, presso i docenti, quell’incontro particolare con il mondo poetico di Irene). I giovani di/a cui lei parlava volentieri. I ragazzi che avrebbe voluto (da adulti) vedere perseguire con costanza le aspirazioni più belle e conviviali. Ragazzi e volti rimasti impressi in un fotogramma di gruppo.
La lasciamo (la foto) con una domanda (troverà riscontro…?): quanti di questi/e ragazzi/e (oggi adulti/e) hanno serbato memoria di Irene e del senso di quella conversazione intrecciata di domande (di ragazzi curiosi e allegri, colorati) e di risposte e proposte di Irene? Di Irene con quell’indimenticabile suo cappellino colorato di cielo. Chi sa se qualcuno/a (fra questi/e in posa da foto), vedendosi, ricorderà… (sarebbe interessante, oggi, se qualcuno/a tra questi/e, riconoscendosi, potesse dire/rammemorare un’idea, un’impressione ricevuta…). Non ci dispiacerebbe incontrarne qualcuno. Di certo la voce della poesia (e la poesia di Irene) non sarebbe stata senza il dono di un lascito! La Città potrebbe non giovarsene?
Dal fiume della Città di Irene Marusso, “Il mio fiume”:
Il mio fiume non canta più / Denso, oleoso, si muove indolente / si attacca ai fianchi delle barche / alle rive non erbose / agli anfratti delle grotte / nelle quali un tempo / cantavano, sì, gli aedi / convenuti alla fonte d’Ippocrene. / E c’erano allora aranci e zagare / a profumare l’aria / e l’arabo inseguiva la fanciulla per piegarla sull’erba. / / Ora è un triste silenzio / e se gracida la rana / gracchia il corvo / ci si allontana spediti / per scendere alla foce / godersi l‘abbraccio del mare / che spuma allegro / sui fianchi delle barche giovani / quelle che corrono all’avventura / predatrici di vite guizzanti. / E se il canto non è sinfonia / c’è un suono tonfante di tamburi / legati a gridi di vittoria / a frullare di danze / eterno retaggio nella mia terra / dirimpettaia dell’Africa nera.
Irene amava parlare della sua terra, del suo mare, del suo fiume. Spesso, tutte le volte che andavo a trovarla (d’estate o in primavera) mi intratteneva sul balcone di casa sua con vista su uno scorcio di mare. Qui si conversava come compagni di strada. L’ultimo saluto glielo dato prima di morire. Quasi dormiente e senza parole, distesa in un lettino di convenienza, respirava affannosamente. Ci riconoscemmo ancora (però) con il tatto. Strinse lievemente la mia mano che, accompagnandola col suono del suo nome, le porgevo come un altro saluto di riconoscenza e memoria.

Nelle foto, da sn: Irene Marusso, lo scrivente (A.C.), la docente di Lettere Anna La Melia e la sua classe (1° C, “Giuseppe Grassa”, Mazara del Vallo).
Marsala, 12 febbraio 2022
Antonino Contiliano




