Diagnosi e cure per un Mediterraneo sempre più povero di pesci. Ecco una delle cause della crisi della pesca e non solo. Sembra inammissibile ma è così. Il Mar Mediterraneo, che per millenni ha nutrito con il suo pesce popoli e civiltà, è sempre più vuoto, colpito da un eccessivo pescaggio e non solo, che sta arrecando danni gravissimi alla sua biodiversità. Un mare brulicante di vita ancora ai tempi dei nostri nonni rischia, dicono gli scienziati, di trasformarsi in un deserto azzurro, ancora più vuoto dei deserti di terra. Ma c’è di più. “Il Mediterraneo non può essere governato con gli stessi strumenti applicati agli oceani, né la pesca può essere ridotta a numeri da compensare con sussidi. Serve una gestione basata su conoscenza reale, partecipazione e adattamento”. Lo afferma il dott. Franco Andaloro, componente del comitato Scientifico della Fondazione Italiana Biologi (Fib), che ha partecipato al convegno “Mare Amico” tenutosi a Trapani nel Chiostro San Domenico , che aggiunge: “ La pesca italiana nel Mediterraneo è stata gestita per trent’anni come se questo mare fosse un oceano. Le politiche comunitarie hanno sviluppato per il Mediterraneo piani di gestione delle risorse nati per i mari a biomassa elevata e bassa biodiversità, e fondati esclusivamente sul raggiungimento del Maximum Sustainable Yield (rendimento massimo sostenibile) applicati al Mediterraneo, mare chiuso e con molte specificità, modelli che si sono rivelati non solo inefficaci, ma devastanti”. Ha poi puntato il dito anche contro la frammentazione delle responsabilità. La scienza, ha spiegato, ha preferito produrre dati “comodi”, facilmente spendibili nei tavoli tecnici, anziché farsi interprete della complessità del Mediterraneo. La politica ha privilegiato la logica delle deroghe e degli ammortizzatori sociali, rinunciando a una programmazione strutturale. Il risultato – ha affermato – è stato un sistema che, per trent’anni, ha agito come se la fine della pesca fosse un evento annunciato e inevitabile”. Scendendo nel dettaglio, ha aggiunto che la crisi della pesca non è solo questione di flotta o di licenze. “È il sintomo di un mare alterato, in cui la somma di fattori ambientali e antropici ha cambiato in modo irreversibile gli equilibri ecologici. L’inquinamento costiero, le plastiche in mare, l’acidificazione e l’aumento della temperatura hanno modificato la distribuzione delle specie. “La modifica delle correnti marine – ha spiegato – hanno spostato il trasferimento dei nutrienti dallo Stretto di Sicilia ad altri mari causando il collasso della biomassa del pesce azzurro nell’area che alimentava l’economia della pesca delle flotte siciliane e tunisine, cioè nel mare della provincia di Trapani”. Andaloro, infine, ha richiamato l’attenzione sugli oltre 100 progetti di impianti eolici offshore presentati in assenza di un reale coinvolgimento delle comunità costiere. È un fenomeno che rischia di marginalizzare ulteriormente la pesca. Secondo la giornalista Mariella Ballatore, direttrice del sito “pesceinrete.com” e che ha seguito la manifestazione, “l’Italia ha ridotto di oltre il 50% la propria flotta, ha demolito centinaia di pescherecci e disperso competenze storiche, senza ottenere l’aumento delle catture né il recupero degli stock ittici promessi, ciò nonostante la politica della demolizione della flotta permane l’unico strumento adottato. È il paradosso di una gestione che ha scelto la matematica al posto dell’ecologia”.
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Salvatore Giacalone




