Il libro “Selinunte rediviva” (pubblicato a Palermo nel 1836, ma basato su un manoscritto del 1810) è opera di Don Vito Pugliese, un canonico di Mazara del Vallo,. opera rimasta inedita e di cui si conserva il manoscritto originale che si può consultare presso la biblioteca comunale di Mazara. E’ divisa in cinque libri i quali, divisi e suddivisi in capitoli e paragrafi, trattano le diverse questioni sulle origini della città L’opera fa discutere principalmente per la sua tesi centrale: il Pugliese sosteneva con forza che l’antica e gloriosa città di Selinunte non si trovasse dove sono oggi i resti monumentali a Castelvetrano, ma che corrispondesse invece all’odierna Mazara del Vallo. Ecco i motivi principali per cui il testo è stato sempre oggetto di accesa discussione storica. Il Pugliese si scagliò apertamente contro la tesi dell’allora autorità storica siciliana, Tommaso Fazello, il quale nel XVI secolo aveva identificato correttamente Selinunte nel sito di Castelvetrano. Pugliese accusò Fazello di aver “soppresso monumenti” e di aver scritto “contro Mazara” per puro pregiudizio.
Lo studioso cercò in ogni modo di spiegare i testi antichi (come quelli di Diodoro Siculo) per supportare la sua tesi. Si racconta che, leggendo un passo di Diodoro che gli sembrava favorevole, esclamò con tripudio “vix prae gaudio me continui” (a stento mi contenni per la gioia). L’opera è vista come un esempio estremo di storia “patriottica” locale, dove l’amore per la propria città (Mazara) ha spinto l’autore a ignorare le evidenze archeologiche pur di attribuirle un passato greco illustre. Già i contemporanei notarono che il Pugliese cadeva in frequenti errori storici e di interpretazione delle iscrizioni, come nel caso del racconto di un medico mazarese del tempo dei Normanni che, secondo critiche successive, era frutto di una lettura errata delle fonti.
Il libro dello storico castelvetranese Giovan Battista Ferrigno (1862) è considerato uno dei più illustri studiosi castelvetranesi, noto per la sua metodologia nel documentare la storia locale. Il suo lavoro è un pilastro per la conoscenza di Castelvetrano e Selinunte, spesso ristampato e citato in monografie e approfondimenti storici. Ferrigno è, sicuramente, una delle fonti storiche più affascinanti per comprendere come l’attuale Castelvetrano non sia solo la “custode” moderna del parco, ma la prosecuzione ideale e fisica dell’abitato antico. Ecco alcuni dettagli specifici che spesso vengono citati in relazione alle teorie sulla posizione originale e lo sviluppo della città: La Collina di Manuzza come “Città Alta”: molti studi evidenziati nel testo e confermati da scavi recenti indicano che, prima di espandersi verso il mare, il nucleo abitativo principale occupasse la Collina di Manuzza. Qui sono stati ritrovati i resti della Porta Nord, recentemente riportata alla luce, che rappresentava il vero ingresso monumentale alla polis per chi proveniva dall’entroterra (quindi da Castelvetrano).
La Necropoli di Galera-Bagliazzo: situata proprio tra Castelvetrano e il parco costiero, quest’area è fondamentale perché ospita sepolture che risalgono alla prima generazione di coloni. Il libro suggerisce che la città arcaica fosse molto più estesa verso nord di quanto immaginiamo oggi, arrivando a lambire le zone oggi edificate. Il Sistema delle Acque e il Modione: un dettaglio tecnico riguarda il fiume Modione (l’antico Selinus). Le evidenze archeologiche mostrano come i Greci avessero canalizzato le acque che scendevano dalle sorgenti vicino a Castelvetrano per alimentare la città costiera, rendendo l’entroterra di Castelvetrano il “motore vitale” della colonia. Contaminazione Sicana a Castelvetrano: nel centro storico di Castelvetrano, presso il Museo Civico Selinuntino, sono conservati reperti (come l’Efebo di Selinunte) e ceramiche che dimostrano come l’area fosse abitata già prima dell’arrivo ufficiale dei Greci nel 628 a.C., suggerendo che Selinunte sia nata dall’ampliamento di un avamposto commerciale già esistente più a monte.
Sebbene oggi la tesi del Pugliese sia archeologicamente smentita, il libro rimane un documento affascinante per studiare il dibattito culturale siciliano dell’Ottocento e le “liti” storiche tra città vicine.
Salvatore Giacalone





