Per anni Matteo Messina Denaro avrebbe mantenuto un fitto sistema di comunicazione con la propria famiglia durante la latitanza, tra lettere, pizzini e persino filmati sulla vita quotidiana realizzati dalle sorelle. È quanto emerge dall’ultima inchiesta della Direzione distrettuale antimafia di Palermo che coinvolge Bice e Giovanna Messina Denaro, per le quali la Procura aveva chiesto l’arresto con l’accusa di associazione mafiosa.
Il giudice per le indagini preliminari ha però rigettato la richiesta, derubricando il reato in procurata inosservanza di pena e ritenendo cessate le esigenze cautelari dopo la morte del capomafia.
L’indagine, sviluppata grazie al ritrovamento di numerose lettere nel covo del boss, ha consentito agli investigatori di ricostruire anni di scambi riservati. Secondo gli inquirenti, il sistema di comunicazione si basava su due canali distinti.
Il primo, denominato dallo stesso latitante “Operazione Condor”, prevedeva incontri diretti in una campagna di Castelvetrano riconducibile alla famiglia Messina Denaro. In queste occasioni avveniva lo scambio di lettere, denaro e oggetti, almeno due volte l’anno, attraverso il boss o suoi fedelissimi.
Il secondo metodo, chiamato invece “Van Gogh” o “altra via”, consisteva nell’invio di lettere tramite posta ordinaria all’abitazione di Giovanna Messina Denaro, in via Piave. Secondo la Dda, la casa sarebbe stata utilizzata come “centrale operativa” nella quale le sorelle Giovanna, Bice e Rosalia coordinavano la gestione delle comunicazioni e delle direttive impartite dal latitante.
Gli investigatori hanno inoltre accertato che le lettere venivano lette nel bagno dell’abitazione per evitare controlli e che il sistema fu interrotto improvvisamente dal boss, probabilmente dopo il timore di fughe di notizie o presunte segnalazioni alle forze dell’ordine.
Nell’abitazione sarebbero stati registrati anche video destinati a Matteo Messina Denaro, realizzati da Giovanna per aggiornarlo sulle condizioni della madre, sui familiari detenuti e sui rapporti con la figlia Lorenza Alagna. I filmati, trasferiti su mini Dvd, sarebbero poi stati consegnati al latitante attraverso i canali clandestini già utilizzati per la corrispondenza.




