Ricordo Silvio Benedetto sin dagli anni Settanta, quando frequentavo il Liceo Artistico e, successivamente, l’Accademia di Belle Arti. Erano anni intensi per Palermo, attraversata da fermenti culturali, tensioni sociali e da un clima artistico vivace e inquieto. In quel contesto Benedetto rappresentava una delle presenze più coraggiose, libere e provocatorie.
Ricordo ancora il dicembre del 1974, quando presentò il manifesto Arte come azione nel contesto urbano e realizzò nel cuore di Piazza Politeama il monumentale Uomo-Cristo: una struttura poliedrica alta trentatré metri destinata a entrare nella memoria collettiva come il “Cristo del Politeama”. Ebbi la possibilità di assistere a quell’installazione straordinaria, montata e smontata nel giro di poche ore, capace però di scuotere profondamente la città e accendere un acceso dibattito proprio nei giorni della vigilia natalizia. L’opera venne censurata dall’allora sindaco Vito Ciancimino, ma attorno a Benedetto si raccolsero artisti, intellettuali e uomini di cultura che ne sostennero pubblicamente la visione e il diritto a un’arte libera, critica, capace di interrogare la società.
Ricordo anche la polemica con l’Arcivescovado di Palermo quando, invitato alla mostra Il Sacro nell’Arte, vide censurata la sua Trilogia: Diluvio, Processione e Tragedia Greca.
Ricordo le sue mostre alla Galleria “La Persiana”, sempre gremite di pubblico, tra scandalo, discussioni e sincera ammirazione. In quegli anni l’ambiente artistico palermitano era animato anche dalla sua presenza irrequieta e visionaria.
Ci sono persone che non si limitano ad abitare un territorio: lo attraversano, lo trasformano, vi lasciano un segno destinato a rimanere nel tempo. Silvio Benedetto era una di queste. Pittore, scultore, muralista, regista teatrale, artista italo-argentino, aveva scelto la Sicilia come luogo privilegiato della propria ricerca umana e artistica, vivendo a Campobello di Licata e intrecciando profondamente il proprio percorso con il territorio agrigentino.
Nel corso della sua lunga carriera attraversò linguaggi diversi – pittura, scultura, teatro, installazioni urbane, performance, arte pubblica – mantenendo sempre la stessa idea radicale di cultura: un’arte che non dovesse restare chiusa nei musei, ma entrare nei luoghi della vita quotidiana, dialogare con le persone, trasformare gli spazi e suscitare riflessioni.
Ricordo anche quando, alcuni anni fa, insieme a una scolaresca impegnata in un progetto sui murales, visitammo Campobello di Licata. In quel territorio Benedetto aveva trovato non soltanto una casa, ma una dimensione umana e culturale perfettamente coerente con la sua idea di arte come dialogo continuo con la memoria e con la comunità. Da quella visione nacque la straordinaria Valle delle Pietre Dipinte, il grande percorso ispirato alla Divina Commedia, composto da oltre cento massi dipinti immersi nel paesaggio agrigentino: un’opera monumentale nella quale arte, territorio e coscienza civile si fondono in un unico racconto.
Negli ultimi anni aveva continuato a riflettere sul destino della Sicilia interna, partecipando a incontri e confronti culturali insieme all’artista e compagna Silvia Lotti. Era profondamente convinto che questi territori non potessero sopravvivere limitandosi a custodire il passato, ma dovessero riuscire a trasformare la memoria in una concreta possibilità di futuro.
L’opera di Silvio Benedetto vive anche nel nostro territorio, a Campobello di Mazara, grazie al lungo rapporto di amicizia e collaborazione con il mio amico Sino Passanante, artista campobellese troppo presto scomparso e, forse, troppo presto dimenticato. Tra queste opere vi è La Vendemmia, la cosiddetta petra, realizzata negli anni Novanta e oggi purtroppo abbandonata all’incuria del tempo, tra erbacce e vandalismi, all’ingresso di Campobello sulla Strada Statale 115. Nello stesso periodo realizzò anche un grande murales sulla parete esterna del plesso scolastico Livatino, in via Guerrazzi, opera che ancora oggi conserva intatta la forza della sua visione artistica.
Con profonda commozione saluto Silvio Benedetto (Buenos Aires, 21 marzo 1938 – Campobello di Licata, 16 maggio 2026), artista visionario e instancabile interprete della creatività contemporanea, capace di trasformare colore, materia e spazio urbano in strumenti di dialogo umano e civile.
Oggi resta il silenzio della perdita, ma rimane soprattutto un’eredità luminosa: quella di un uomo che ha saputo parlare al cuore delle persone attraverso opere destinate a resistere al tempo. Chi attraverserà quei paesaggi, quei murales, quelle pietre dipinte continuerà, forse senza saperlo, a incontrare ancora lo sguardo inquieto e visionario di Silvio Benedetto.
Giacomo Cuttone




