Se la politica fosse un acquedotto, a Mazara ci sarebbe da chiamare non un idraulico, ma un archeologo. Ogni volta che si apre un rubinetto esce una versione diversa della stessa storia: chi ieri costruiva oggi ispeziona, chi ieri applaudiva oggi interroga, chi ieri denunciava oggi tace. L’unica cosa che continua a non sgorgare con regolarità sono le risposte.
A Mazara l’acqua cambia, la politica pure. Le domande, invece, restano sempre le stesse. Cambiano i comunicati, cambiano i toni, cambiano perfino le sedie attorno al tavolo del potere, ma il cittadino continua ad affacciarsi al rubinetto con un solo dubbio: l’acqua si può bere? Una domanda semplice. Evidentemente molto più difficile da affrontare che scrivere un’interrogazione o convocare una conferenza stampa.
C’è chi ha governato per dieci anni quando il problema dei nitrati era già noto e oggi scopre improvvisamente la passione per gli accertamenti. È un po’ come l’oste che, dopo aver servito vino per una vita, decida di chiedere se i bicchieri siano davvero puliti. Meglio tardi che mai, certo. Ma viene spontaneo chiedersi dove fosse tutto questo zelo quando il problema bussava già alla porta del municipio.
C’è poi chi fino a poche settimane fa sedeva accanto alla maggioranza e oggi presenta interrogazioni chiedendo se il denitrificatore funzioni, se l’acqua sia potabile e dove siano finite le analisi. Una trasformazione così rapida che sembra più una centrifuga che un cambio di posizione politica. Ieri si condividevano le responsabilità, oggi si condividono le domande.
C’è chi, prima di entrare in giunta, parlava ogni giorno del problema dell’acqua: assemblee, denunce, appelli. Oggi il rubinetto più aperto sembra essere quello del silenzio. Evidentemente il silenzio, a differenza dell’acqua, non ha bisogno di denitrificatori. Forse il potere possiede una curiosa proprietà chimica: filtra le parole meglio di qualsiasi resina a scambio ionico.
E poi c’è chi amministra e ha inaugurato, tra video, fotografie e dichiarazioni trionfali, un impianto presentato come la soluzione definitiva dell’annoso problema dei nitrati. Sembrava l’inaugurazione della diga di Assuan, quando ai cittadini sarebbe bastato un semplice bicchiere d’acqua accompagnato da un referto aggiornato.
Perché la politica ama le inaugurazioni. Sono come i trailer dei film: promettono sempre il capolavoro. Poi arriva la proiezione e il pubblico aspetta ancora il finale. I selfie davanti alle opere non certificano il funzionamento di un impianto. Un impianto non funziona quando si taglia un nastro: funziona quando produce risultati verificabili.
Intanto i cittadini chiedono una cosa molto meno spettacolare di una conferenza stampa: conoscere i risultati aggiornati delle analisi. Non slogan, non passerelle, non post celebrativi. Solo numeri. Perché i nitrati non votano, non cambiano casacca, non partecipano alle riunioni di maggioranza o di opposizione. Restano lì, indifferenti ai comunicati, aspettando che qualcuno li misuri e lo dica con chiarezza.
Anche le responsabilità, a quanto pare, vengono spesso miscelate con notevole abilità. La memoria, invece, evapora con una velocità che farebbe invidia al sole di luglio.
Nel frattempo i cittadini aspettano una sola risposta, possibilmente certificata da un laboratorio. Perché quando si apre un rubinetto non escono né maggioranze né opposizioni. Esce acqua. E sull’acqua non dovrebbero parlare i comunicati, ma le analisi.
Se poi la politica riuscisse a essere limpida almeno quanto l’acqua che promette di distribuire, forse non servirebbero né metafore né satire. Basterebbe leggere un referto.
Giacomo Cuttone



