Nel silenzio sospeso tra passato e presente, dove le parole non smettono mai davvero di esistere, prende forma questa intervista immaginaria a Nino (Gaetano all’anagrafe) Corleo.
Giornalista, scrittore e vignettista, figura centrale della vita culturale di Mazara del Vallo, Corleo ha attraversato decenni di storia con uno sguardo attento e una penna capace di cogliere l’essenziale.
Quasi a sfidare il tempo, lo immaginiamo ancora qui: seduto davanti a un foglio bianco, pronto a raccontare e a raccontarsi, con quell’ironia garbata e quello spirito di osservazione che hanno contraddistinto il suo percorso umano e professionale.
D: Chi era davvero Nino Corleo?
R: Era uno che ascoltava. Prima ancora di scrivere, ascoltava. Le voci della strada, i silenzi delle piazze, perfino le pause nei discorsi. Il resto… è venuto da sé.
D: Una carriera lunga, iniziata negli anni ’60. Cronaca, cultura, sport… cosa le apparteneva di più?
R: La curiosità. Non ho mai creduto nelle etichette. La cronaca ti insegna a guardare in faccia la realtà, la cultura ti insegna a capirla, lo sport… a raccontarla con passione. Ma alla fine è sempre la stessa storia: capire le persone.
D: La definivano una “penna raffinata”. Lei come la descriverebbe?
R: Una penna è solo uno strumento. Se è raffinata, lo deve a ciò che ha attraversato. Io ho cercato di non essere mai banale, questo sì. La banalità è il vero nemico del giornalismo.
D: Parliamo de L’Arco. Perché nasce?
R: Perché una città senza memoria è una città che cammina al buio. L’Arco era un tentativo di accendere luci. Non grandi fari, ma tante piccole lampade: articoli, inchieste, ricordi. Tutto ciò che poteva aiutare Mazara a riconoscersi.
D: Dal 1988 al 2012, un quarto di secolo. Che eredità lascia quella rivista?
R: Le domande. Non le risposte. Se dopo aver letto L’Arco qualcuno si chiedeva “perché?”, allora avevamo fatto bene il nostro lavoro.
D: Lei non era solo giornalista, ma anche vignettista. Che rapporto c’era tra parola e disegno?
R: Il disegno è più sincero. Non ha bisogno di spiegazioni. Una vignetta può dire quello che un articolo non riesce a confessare. E poi… è più difficile da smentire.
D: Alla notizia della sua scomparsa, nel giugno 2025, all’età di 88 anni, la città l’ha ricordata come un pezzo di storia. Le pesa questa definizione?
R: No. Mi preoccuperebbe di più essere dimenticato senza aver lasciato traccia. Essere un “pezzo di storia” significa che, in qualche modo, sei stato utile. E per un giornalista è già tanto.
D: Se potesse dire qualcosa oggi a chi l’ha letta?
R: Di continuare a leggere, ma soprattutto a dubitare. Non fidatevi mai completamente di chi scrive, nemmeno di me. Il giornalismo vive di spirito critico, non di certezze.
D: E Mazara del Vallo? Che città vede oggi, da questo luogo immaginario?
R: La stessa di sempre: fragile e forte, confusa e bellissima. Le città non cambiano davvero, cambiano gli occhi di chi le guarda. Spero solo che qualcuno continui a raccontarla con rispetto.
D: Se potesse tornare indietro, rifarebbe tutto?
R: Sì. Ma con una differenza.
D: Quale?
R: Scriverei ancora di più. Perché alla fine, ciò che resta non è chi sei stato… ma ciò che hai avuto il coraggio di raccontare.
Questa intervista immaginaria restituisce il profilo di un uomo che ha fatto della parola uno strumento di memoria e responsabilità. Nino Corleo non è stato soltanto testimone del suo tempo, ma anche un osservatore attento della realtà, capace di raccogliere e restituire le storie locali trasformandole in una memoria condivisa.
È forse questo il lascito più significativo del suo lavoro: la capacità di continuare a interrogare il presente, anche quando la voce sembra essersi spenta. Perché ciò che resta, oltre le parole e le vicende raccontate, è soprattutto il coraggio di testimoniare.
Giacomo Cuttone




