“4 marzo 1943”. Ricordate questa canzone di Lucio Dalla al Festival di Sanremo del 1971 ? E perché oggi proponiamo la canzone come riflessione? Perché vi sono punti di contatto con i conflitti in Ucraina e Medio Oriente e, per cominciare, emerge la figura del “soldato straniero”. Nella canzone, il padre del protagonista è un militare che “parlava un’altra lingua”, un uomo destinato a morire prima ancora di veder nascere suo figlio. Nelle guerre di oggi, questo si traduce nel dramma della disumanizzazione: il soldato è spesso visto solo come un bersaglio o un occupante, ma Dalla ci ricorda che dietro ogni divisa c’è un uomo che “sapeva amare”. Il conflitto ucraino, in particolare, vede migliaia di giovani padri mandati al fronte, lasciando dietro di sé una generazione di orfani che, come il protagonista della canzone, conosceranno il genitore solo attraverso i racconti o una vecchia foto. C’è poi il tema della madre-bambina, quella sedicenne che “giocava a dadi con la sua vita”. In Medio Oriente, il volto della guerra è spesso quello di madri giovanissime che cercano di proteggere i neonati in contesti di privazione assoluta. La “casa” di cui parla Dalla, dove non c’era “nemmeno un fiore”, è l’immagine speculare dei rifugi di fortuna o dei campi profughi attuali, dove la bellezza è un lusso e la sopravvivenza è l’unico obiettivo. Il brano eleva la maternità a un atto di resistenza politica e spirituale: dare un nome “sacro” a un figlio nato dal peccato o dalla tragedia è un modo per rivendicare dignità in mezzo al caos. Infine, la canzone tocca il tema dell’identità e dello stigma, della condizione sociale. Il protagonista viene chiamato “Gesù Bambino” dai “ladri e le puttane”, ovvero dagli ultimi. Anche oggi, i figli della guerra – nati da stupri bellici, da unioni tra profughi o semplicemente cresciuti sotto le bombe – portano addosso un marchio indelebile. Eppure, in quella solidarietà tra emarginati che chiude il brano, troviamo lo specchio dei corridoi umanitari e del supporto tra civili che vediamo oggi: quando lo Stato o la politica falliscono, resta l’umanità nuda. “4 marzo 1943” ci insegna che, mentre i potenti decidono i confini in Ucraina o in Terra Santa, la vita continua a fiorire testarda e “bestiale”, trasformando il dolore di un lutto in una nuova, fragilissima speranza.
Salvatore Giacalone
Nota. Dalla è morto il primo marzo d 14 anni fa a Montreux, in Svizzera, all’età di 68 anni.





