Alfonso Tumbarello era consapevole che stava curando Matteo Messina Denaro e non il geometra Andrea Bonafede, l’uomo la cui identità era stata utilizzata dal boss durante la lunga latitanza. È questo il punto centrale delle motivazioni con cui il Tribunale di Marsala ha spiegato la condanna inflitta al medico di Campobello di Mazara, ritenuto un tassello fondamentale della rete di protezione che avrebbe consentito al capomafia di accedere alle cure sanitarie senza essere scoperto.
Secondo i giudici, il professionista non si sarebbe limitato a svolgere la propria attività medica, ma avrebbe avuto piena coscienza dell’identità del paziente e del ruolo ricoperto all’interno di Cosa Nostra. Una conclusione alla quale il collegio è giunto analizzando l’insieme degli elementi raccolti nel corso delle indagini e del processo.
Per l’accusa, accolta dal Tribunale, Tumbarello firmò numerose prescrizioni, richieste di esami diagnostici e documentazione sanitaria che permisero al boss di affrontare il percorso terapeutico per la grave malattia oncologica di cui soffriva, beneficiando dell’identità prestata da Andrea Bonafede. Un sistema che avrebbe consentito al latitante di curarsi per anni senza destare sospetti.
La sentenza rappresenta uno dei capitoli più significativi delle inchieste sviluppate dopo l’arresto di Matteo Messina Denaro, avvenuto nel gennaio del 2023 a Palermo. Le motivazioni depositate rafforzano la tesi dell’esistenza di una rete di fiancheggiatori che avrebbe garantito al boss supporto logistico, sanitario e organizzativo durante la sua trentennale latitanza.
La difesa del medico ha già annunciato battaglia nei successivi gradi di giudizio, mentre il deposito delle motivazioni apre adesso una nuova fase processuale in vista dell’appello.




