Il Teatro Garibaldi di Mazara si conferma ancora una volta lo scrigno ideale per la musica d’autore. In un’atmosfera intima e raccolta, sabato sera il Qanat Trio ha presentato “Fearless”, un progetto jazz che, come suggerisce il nome, non teme di esplorare linguaggi complessi e confini sonori audaci. Il trio, composto da Federico Termini (pianoforte), Fabrizio Monticciolo (contrabbasso) e Ruggero Caruso (batteria), ha eseguito nove brani originali nati dalla penna di Termini. Il repertorio è il frutto di una residenza artistica in Olanda, un’esperienza che emerge chiaramente nella maturità del dialogo tra i musicisti. L’esecuzione ha brillato per equilibrio: forti i richiami alla musica classica, con influenze che guardano a Maurice Ravel, le radici siciliane che filtrano attraverso melodie solari e aperte al dialogo ed infine l’improvvisazione, momenti di libertà espressiva che si incastrano perfettamente nelle strutture orchestrate. La scelta del Garibaldi, per questa serie di concerti, iniziati il 17 gennaio scorso con il concerto di Andrea Bacchetti, è stata vincente. Essendo un gioiello barocco di ridotte dimensioni, la sua eccellente acustica naturale ha permesso al pubblico di percepire ogni minima sfumatura degli strumenti senza alcuna distorsione. Il risultato è stato un impatto sonoro diretto e avvolgente, capace di annullare ogni distanza tra palco e platea. Come da tradizione dell’Associazione Amici della Musica di Mazara — presieduta da Flora Savona e dal direttore artistico Giuseppe Sinacori — la serata ha celebrato l’unione tra le Muse. Il palcoscenico è stato arricchito dalle opere di Tirzia Maria Girgenti. L’artista, autodidatta, mossa da una profonda passione, ha esposto otto tele dedicate a volti femminili e non solo: figure delicate ma cariche di forza, realizzate con colori mediterranei che hanno dialogato visivamente con le note del trio. Un concerto che ha convinto pienamente il pubblico, passato dal silenzio attento ai calorosi applausi durante i momenti più intensi e al fragoroso tributo finale. Una dimostrazione, quella di sabato sera, che il jazz contemporaneo può essere colto e sperimentale senza perdere la capacità di emozionare.
Salvatore Giacalone




