Riceviamo e pubblichiamo una recensione firmata dal prof. Giacomo Cuttone:
C’è stata una stagione in cui la poesia non chiedeva permesso. Non bussava alle porte delle accademie né si accomodava nei salotti buoni. Scendeva in strada, alzava la voce, si faceva gesto collettivo. È la storia dell’Antigruppo siciliano, movimento artistico e poetico nato tra la fine degli anni Sessanta e gli Ottanta, volti e sguardi che oggi riemergono con forza dal libro Inchiostro e dinamite- Antigruppo siciliano di Simona Squadrito (Postmedia Books, pp. 255, € 24.00).
Non è solo una vicenda del passato. È una storia ribelle che parla al presente. L’Antigruppo fu un’esperienza umana e politica prima ancora che letteraria: poeti, operai, anarchici, comunisti, intellettuali uniti dal rifiuto di una cultura percepita come elitaria e distante. La loro idea era semplice e radicale: la poesia non sta nei libri, ma dove vive la gente. E così la portarono nei mercati, nelle piazze, sui muri delle città, ciclostilata su fogli volanti o gridata in reading improvvisati. Libri senza libri, editoria di strada, parole come inchiostro e come dinamite.
Il libro di Squadrito non è un freddo saggio storico. È un racconto partecipe, attraversato da voci, immagini, materiali visivi e fotografici che restituiscono l’energia di un’“epopea” collettiva. In copertina c’è il sorriso di “Aurora”: uno sguardo che invita il lettore a entrare in un’esperienza fondata sull’intesa, sulla condivisione, su una parola che resta umana perché nasce dal dialogo. Una parola “parresiastica”, libera e vera, che rifiuta protezioni e compromessi.
Per l’Antigruppo la sperimentazione non era gioco formale, ma incontro. Senza relazione, senza il rischio dell’altro, anche il gesto più audace resta vuoto. La loro poesia parlava alle ferite della Sicilia: la mafia, l’emarginazione, la rabbia sociale. Era diretta, necessaria, attraversata dalla convinzione che la libertà non sia un riconoscimento concesso dall’alto, ma una pratica (praxis) quotidiana.
Emblematici furono gli “Incontri fra i Popoli del Mediterraneo”, organizzati a Mazara del Vallo dal 1977, in piena Guerra Fredda. Mentre l’Europa era divisa da muri e cortine, l’Antigruppo guardava al Sud e ai Sud del mondo. Il Mediterraneo diventava centro, non periferia: uno spazio di dialogo tra poeti europei, oltre oecano e nordafricani, non per convegni accademici ma per discutere, mangiare insieme, recitare sotto lo stesso cielo. La poesia come ponte, come strumento di pace e coscienza critica.
Questa radicalità ebbe un prezzo. Il movimento si disperse lentamente negli anni Ottanta, logorato da conflitti interni e da un clima politico mutato. Rifiutare ogni compromesso significò accettare la marginalità. Ma non fu un fallimento. Il movimento è scomparso; ma scomparire non significa finire, la fine. L’eredità dell’Antigruppo infatti vive oggi in tutte le pratiche artistiche che mettono in discussione l’autore-star, rivendicano spazi pubblici per la parola e credono nella creazione come atto di libertà fondante le soggettività (atto di libertà e di liberazione), il collettivo e l’incontro.
Inchiostro e dinamite non chiede nostalgia. Chiede una presa di posizione. Ricorda che la parola, quando è viva, non è innocua. Non rovescia i poteri, ma li incrina. È una mina che resta lì, pronta a esplodere. E in un’epoca di chiacchiere infinite e spesso vuote, scegliere la verità resta ancora un atto singolare e comune scomodo, ma necessario quanto parresiastico.
Giacomo Cuttone e Antonino Contiliano




