La brezza marina e il dolce dondolio delle barche all’orizzonte hanno fatto da cornice al terzo appuntamento della rassegna “Coordinate Letterarie 2026”, svoltosi nella suggestiva atmosfera del MAREA Beach Club di Mazara del Vallo. Protagonista della serata è stata la scrittrice esordiente Luciana Ratto, che ha presentato il suo romanzo “Come oche al primo sguardo” (Multiverso Edizioni, 264 pagine, euro 15,50).
A guidare il numeroso pubblico tra le pagine dell’opera , presente anche l’assessore comunale alla cultura Germana Abbagnato, è stata la dottoressa Francesca Russo, che ha dialogato intensamente con l’autrice. Nel corso del dibattito, Russo ha magistralmente delineato i profili dei personaggi principali e posto interrogativi chiave a Luciana Ratto, svelando i segreti di un’opera che si distingue per l’acume e l’intimità. La narrazione, profonda e priva di retorica, si è rivelata capace di esplorare le pieghe più nascoste dell’animo umano, arrivando dritta al cuore dei presenti. Ad arricchire l’incontro sono state le letture di Rita Gianformaggio, che ha dato voce e corpo ad alcune delle pagine più significative del volume.
La vicenda si apre nell’estate del 1922, all’alba del fascismo in Sicilia, ad Almarotta, un borgo siciliano fittizio, arido e profondamente isolato dal resto del mondo. È una comunità dominata dall’immobilità sociale, dall’ignoranza e da un sistema radicato di superstizioni. La vita del paese scorre monotona, scandita da dinamiche di voyeurismo collettivo: gli abitanti passano le giornate spiandosi a vicenda, nascosti dietro le persiane socchiuse, pronti a giudicare chiunque si discosti dalla rigida normalità locale.
La quiete opprimente del borgo viene spezzata da un evento traumatico e moderno: il rombo e la polvere sollevata da un’Alfa Romeo bordeaux. A bordo ci sono Alberto e Carolina Ponza, una coppia estremamente elegante, colta e misteriosa. I due decidono di stabilirsi nel vecchio palazzo baronale del paese, da anni disabitato e fatiscente.
L’irruzione della modernità e il fascino indecifrabile dei coniugi scatenano una vera e propria curiosità morbosa e un vortice di pettegolezzi malevoli tra i compaesani, incapaci di comprendere le ragioni che hanno spinto due forestieri così raffinati a ritirarsi in quel luogo dimenticato.
Mentre il paese osserva i Ponza con diffidenza, anche l’attenzione del piccolo Peppino viene catturata dal loro arrivo. E’ lui il personaggio principale, Peppino è un bambino fortemente emarginato, marchiato dai pregiudizi del borgo e condannato a una solitudine perenne. All’inizio del romanzo lo incontriamo solo in piazza a torturare insetti per trovare piccole distrazioni.
Il cuore pulsante della trama si sviluppa quando tra Peppino e l’enigmatico signor Alberto Ponza si stabilisce un legame silenzioso e profondo: un’intesa che si esprime attraverso un rituale quotidiano, il dono di una caramella alla carruba. Questo gesto, nella sua semplicità, rappresenta per il bambino l’unico barlume di riscatto e di riconoscimento umano in un ambiente ostile.
A fare da ombra alla crescita di Peppino c’è la costante minaccia del “tiraciatu” (il gongilo) Ha un corpo cilindrico e allungato che ricorda un incrocio tra un serpente e una lucertola, con zampette molto corte e una lunga coda. Può raggiungere i 20-30 cm di lunghezza. Nella tradizione popolare siciliana, questo innocuo rettile è protagonista di una leggenda nera secondo cui si introdurrebbe nelle culle o si avvicinerebbe ai dormienti per “rubare il respiro” (da cui il nome “tiraciatu”) fino a soffocarli.
Nel romanzo, l’animaletto diventa una potente metafora: rappresenta i mostri generati dall’ignoranza e dalla superstizione, incarna la paura psicologica del protagonista di essere “soffocato” e schiacciato dai pregiudizi del paese che lo circonda.
L’affresco sociale dipinto da Luciana Ratto evoca da vicino gli scenari tanto cari a Giovanni Verga, con la sua indagine sulla durezza della vita rurale e la staticità dei vinti. Tuttavia, l’autrice compie un’operazione originale inserendo in questo contesto dinamiche psicologiche che richiamano prepotentemente il teatro di Luigi Pirandello. I personaggi del romanzo si muovono infatti sul filo dell’incomunicabilità, ricordando da vicino figure emblematiche come la signora Frola e Alberto Ponza di “Così è (se vi pare)”.
Il titolo “Come oche al primo sguardo” fa riferimento proprio alla cecità del giudizio collettivo: gli abitanti del borgo si comportano come uno stormo di oche che reagisce in modo sguaiato e istintivo davanti a ciò che non conosce, fermandosi alla superficie e deformando la verità attraverso lo specchio del proprio pregiudizio. È il racconto drammatico di anime spezzate che cercano una via di fuga e di riscatto contro una realtà misera e immobile. “Come oche al primo sguardo” si conferma così non solo un felice esordio letterario, ma un romanzo necessario per comprendere come le gabbie sociali del passato continuino a riflettersi sulle fragilità umane del presente.
Salvatore Giacalone




