Mazara. Sorelle scambiate nella culla: Melissa e Caterina continuano a vivere come sorelle.

L’ultima volta che ci siamo viste era la fine di settembre del 2008.
Loro non lo sanno, ma le avevo seguite, mescolandomi tra le mamme, fino al cancello di scuola, dove entravano, mano nella mano e con la stessa cartella, per affrontare il primo giorno di prima media. Caterina, più bassina e con gli occhiali, non smetteva un attimo di parlare. Melissa, già più donna, dominava fisicamente la coppia, ma di fatto seguiva silenziosa.
Me ne andai da Mazara del Vallo col cuore stretto, per l’impatto con una storia tragica, dall’esito incerto, che avrei dovuto raccontare col massimo tatto. «Stiamo vivendo la guerra» diceva allora un nonno, con le lacrime agli occhi e la voce stretta.

Sono passati nove anni. Siamo di nuovo qui. Per la prima volta le ragazze, oggi diciannovenni, hanno deciso di parlare pubblicamente della loro vicenda. Ad aprirmi la porta di casa, sulla strada polverosa di questa cittadina di pescatori che sa di Maghreb, arriva una giovane donna, alta, fresca, spigliata, vestita con la cura e la sobrietà di una ragazza per bene.
È solare: “Io sono Caterina, benvenuta, anzi, bentornata”.

La guerra è finita, si capisce subito. Mentre ci accomodiamo sul divano, in un soggiorno curato e pieno di soprammobili leziosi, mamma Marinella annuncia festosa l’ingresso di Gisella e Melissa. Madre e figlia, molto somiglianti, sorridono, si presentano e si uniscono a questa chiacchiera tra donne. Le ragazze indossano le stesse scarpe.
La sensazione è che questa guerra non solo sia finita. È passata senza lasciare vittime.

Nessuno ci avrebbe scommesso. Né noi, né loro. Nove anni fa si respirava sgomento, malinconia, paura e anche competizione: “Non pensavamo di farcela, ma ce l’abbiamo messa tutta, ogni singolo giorno” dice Marinella, temperamento vivace e molto ironico, casalinga, madre di tre femmine, moglie di Francesco, pescatore che sta in mare quasi tutto l’anno, proprio come in una pagina di Verga.

“Per fortuna, noi non ricordiamo nulla dei giorni precedenti lo scambio” confessa Melissa, alta, morbida, stessa bocca carnosa e timidezza della madre Gisella. Parlano con gli occhi, loro due.
“Non ho ricordi senza la presenza di Melissa” dice Caterina. “Ci hanno fatto crescere sempre insieme, noi e le nostre famiglie intorno: non ci facevamo troppe domande sul perché. Per noi era come se fossimo un unico grande gruppo di amici che passava tutte le feste insieme perché ci si voleva bene”.

Il risultato miracoloso di questa semi-convivenza forzata è un sodalizio tra le due ragazze superiore anche a quello con le rispettive sorelle: “Siamo più unite perché abbiamo la stessa età e siamo sempre state a scuola insieme, ovviamente nello stesso banco” precisa Melissa.
La decisione di tenere vicini i due gruppi famigliari, in realtà, era stata presa da giudici e psicologi: una volta “ristabilita la normalità” le bambine dovevano “mantenere l’ordinarietà del vissuto”, senza perdere nessun contatto con i genitori che avevano conosciuto fino a quel momento, ci ricorda l’avvocato Nicola Sammaritano che ha seguito la storia dall’inizio e percepito, qui, come uno zio.

Per non traumatizzarle, c’è stato lo scambio dei giocattoli e delle loro camerette all’interno delle nuove case e addirittura la nascita di una nuova bambina.
“Ho avuto subito un’altra figlia, Sofia, che oggi ha 15 anni, per non far trovare Melissa sola all’improvviso: si era abituata a crescere con altre due bambine e volevo che avesse compagnia” rivela candidamente Gisella.

Sofia, nel frattempo, è diventata campionessa italiana di ballo latinoamericano: “Per forza, sta creatura è nata nel casino” pizzica Marinella che non perde una battuta.
“All’inizio ci odiavamo” confessa Gisella: “L’una per l’altra, eravamo quelle che si erano rubate le rispettive figlie. Stavamo insieme solo per stare vicino alle bambine, ma sempre in competizione”.

Le cose sono molto cambiate. 
“Gisella, oggi, è per me è più che una sorella. Io ho tre figlie naturali più un pezzetto della sua; per lei è lo stesso: ne ha due, più un pezzetto della mia” prova a semplificare Marinella.
Facile a dirsi. Molto meno a farsi. Le due bambine, comunque, hanno capito solo più tardi cosa era toccato loro: “A otto anni, lo psicologo dove andavamo, sempre insieme, convinte che fosse una cosa normale, ci ha spiegato che la nostra cicogna si era sbagliata e ci aveva portato una nella casa dell’altra” spiega Caterina.
“Ci dicevamo sempre che da grandi saremmo andate insieme ad ammazzarla, ‘sta scema di cicogna che ci aveva combinato questo pasticcio” aggiunge Melissa con un po’ di ironia.

Le ragazze sanno scherzarci su.
“L’angoscia ha riguardato solo le nostre mamme: davvero, noi non ricordiamo traumi” puntualizza Caterina.

Melissa, però, ricorda quando, nove anni fa, ci incontrammo nello stanzone di nonno Baldo, il padre di suo padre, che mi aveva ricevuto per l’intervista. Era venuta per portare il caffè e aveva salutato dicendo che non aveva tanta voglia di chiacchierare: “Sapevo che eri una giornalista e che probabilmente stavate parlando di me e Caterina, ma avevo solo nove anni e le idee ancora molto confuse su questa storia”.
Intanto, sfoglia le fotocopie di quell’articolo del 2008 come se fosse qualcosa di lontano, che non l’ha riguardata troppo da vicino. Poi lo legge e gli occhietti si fanno lucidi. Vi si racconta di pianti, traumi e momenti difficili.
Mentre mangia i suoi spaghetti con le patelle, chiede alle due madri che effetto faccia tornare a quei giorni: “Pensa a come puoi stare quando ti dicono che quella che credi tua figlia non potrà mai più chiamarti mamma”.

Caterina, la vivace, stempera: “Per fortuna ve ne siete accorte in tempo e non ci avete fatto soffrire mai: siete state brave”.
L’errore di cui sono state vittime, in effetti, venne sospettato quando non avevano ancora tre anni: il 29 settembre del 2000. Marinella era andata all’asilo a prendere le sue figlie più grandi, Perla e Lea, e vide per la prima volta quella bambina che aveva partorito il 1°gennaio del 1998: a tenerla per mano, però, era un’altra mamma, Gisella, che l’aveva allattata al posto suo.

Gisella, impiegata alle Poste e moglie di Franco, muratore, era venuta per la prima volta in quella scuola materna per cercare di iscrivere la sua unica figlia, Caterina, quella bambina così scatenata e chiacchierona che non le somigliava in niente “e che voleva cambiare asilo perché non si era trovata bene in quello di prima”, specifica, per sottolineare l’incredibile casualità di quell’incontro col destino.
“Quando l’ho vista ho capito subito che era la mia” racconta Marinella. “Era già identica a Perla, l’altra delle mie tre figlie di cui ora sembra la gemella”.
Per mano, però, Marinella teneva Melissa, una figlia che “non aveva preso niente da nessuno di noi”.

L’aveva allevata con gioia “la proteggevo dalle sorelle, felice che almeno una delle tre non fosse scalmanata e non mi facevo troppe domande sul fatto che fosse diversa da tutti”.
Invece, Caterina e Melissa erano state consegnate alle madri sbagliate, prendendosi il nome e il cognome di un’altra.

“All’anagrafe ci chiamiamo l’una col nome dell’altra” cercano di spiegare, facendo un disegnino che risulta comunque un rompicapo.
Marinella Alagna ha dato a quella figlia che credeva sua il nome di Melissa, scelto dalle altre due sorelline da cui poi è stata separata (solo giuridicamente parlando, visto che in soggiorno campeggia una foto con «le mie quattro ragazze»: Lea, Perla, Caterina e Melissa).
Gisella Foderà ha chiamato quella che pensava essere la sua bambina, Caterina: «Come la mamma di mio marito», la nonna paterna che poi ha smesso di essere tale, sempre solo secondo il diritto: «Visto che a Natale, stiamo sempre tutti insieme».

In seguito allo scambio del marzo 2001, il Tribunale dei minori di Palermo, aveva stabilito che le bambine dovevano andare a riprendersi non solo i loro cognomi, ma anche i nomi che sarebbero stati loro assegnati.
In pratica, Caterina Foderà e Melissa Alagna hanno continuato ad esistere all’anagrafe, ma quelle identità le hanno prese in toto due bambine che per quattro anni erano state chiamate in un altro modo.
«Nei documenti è stato scritto così, ma noi ci siamo tenute i nomi con cui eravamo state chiamate da quando siamo nate» spiega Melissa.
«Questa è stata la cosa più difficile da capire: anche a scuola, quando si faceva l’appello, ci confondevamo sempre e alzavamo la mano in due» prosegue.
«Spiegarlo ai compagni è stato imbarazzante: era già complicato per noi, figurarsi raccontarlo agli altri bambini» confessa Caterina.
«Mi hanno insegnato a firmarmi col nome di Melissa Alagna, ma mi hanno sempre chiamato Caterina e lo stesso vale per Melissa, che all’anagrafe, invece, è registrata come Caterina».

Un tale incrocio di identità, genitori, ricordi, dubbi, complessi e risate ha generato tra le ragazze un legame più potente di quanto avrebbe potuto fare la genetica.
Vicine in culla, a scuola, oggi lo sono anche all’università.
Hanno appena finito il primo anno di Scienze dell’educazione a Chieti, dove condividono la stessa stanza in un appartamentino affittato: «Con la nostra esperienza, forse, potremo essere utili agli altri».
Stessi esami fatti, stessi voti, stesso piano di studi per il 13 settembre, quando dovranno dare l’esame di filosofia.
Per tutta questa vicenda, ognuna delle loro famiglie ha avuto, nel 2015, un risarcimento di 430 mila euro, di cui 130 mila destinati alle due ragazze. «Non li abbiamo ancora spesi, ma serviranno per costruire il nostro futuro».

Cresciute tra i valori di una comunità di pescatori in faccia alla Tunisia, le ragazze guardano lontano, scavalcando di un bel po’ quell’«ideale dell’ostrica», di Giovanni Verga, che ancorava questo pezzo di Sicilia alla famiglia, al lavoro e alle tradizioni ataviche per guadagnarsi la sopravvivenza.
«Rimarremo noi stesse, certo, ma probabilmente lontano da qui: a Mazara oggi non c’è un posto nemmeno alle Poste» ci spiega Caterina, ricordandoci che sta diventando una donna.
Per il momento, si godono le vacanze estive nella loro città: «Il posto più bello del mondo». Melissa ha vicino il suo fidanzato che in inverno studia a Palermo. Caterina invece no: «Il mio, da qualche mese, fa il cuoco in Scozia, mi manca, certo, ma mi attaccherò a Melissa». Anche i loro ragazzi, la realtà supera davvero l’immaginazione, sono diventati molto amici: «Quando ci vengono a trovare a Chieti si presentano sempre loro due insieme».

Questa storia è tutta reale. Si fatica a crederlo, nella prima parte, come nella seconda.
Due semplici e solide famiglie, con l’aiuto del loro avvocato, degli psicologi e del Tribunale che ha deciso per loro, hanno faticosamente ritrovato la «normalità», un termine utilizzato nelle sentenze dei giudici che da questa vicenda acquisisce il valore che merita.
L’augurio è che riescano a conservarla per sempre

 

di Lucia Scajola per panorama.it